Nuovo studio verifica se trattare l'apnea notturna riduce rischio di demenza

Negli ultimi anni ci sono stati una serie di studi che hanno considerato l'apnea notturna una potenziale causa di demenza. Ora un importante studio clinico lanciato al Queensland Brain Institute (QBI) in Australia si è prefissato di scoprire se il trattamento può ridurre il rischio.


L'apnea notturna è causata dal crollo sporadico delle vie aeree superiori, che porta a pause nella respirazione e allo sviluppo di [[ipossia]], cioè bassi livelli di ossigeno nel sangue.


Già nel 2011, una squadra del dipartimento di psichiatria dell'Università della California di San Francisco negli Stati Uniti, ha verificato che la respirazione disordinata nel sonno (in quel caso, di donne anziane) è associata a un "rischio più alto di sviluppare disturbi cognitivi" .


Una meta-analisi pubblicata nel 2016 ha portato a conclusioni sorprendenti. I pazienti con morbo di Alzheimer (MA) avevano una probabilità cinque volte più alta (rispetto al basale) di avere apnee notturne. La metà di tutte le persone con MA aveva avuto un'apnea notturna ad un certo punto. La condizione, conclusero i ricercatori, "può ulteriormente aggravare la progressione dell'MA".


Il trattamento standard per l'apnea notturna è meccanico: l'uso di un ventilatore a 'pressione positiva continua per le vie aeree' (Continuous Positive Airway Pressure - CPAP). I ricercatori del QBI vogliono scoprire se il trattamento con CPAP riduce anche il rischio di sviluppare l'MA, arruolando pazienti di età compresa tra 55 e 75 anni.


"I disturbi del sonno possono apparire fino a 10 anni prima del MA", dice il direttore del QBI, Pankaj Sah. "Considerando che il MA colpisce circa un terzo della popolazione anziana, questa importante ricerca potrebbe dare informazioni per misure preventive di sanità pubblica in futuro".

 

 

 

 

 


Fonte: Queensland Brain Institute via Andrew Masterson in Cosmos Magazine (> English text) - Traduzione di Franco Pellizzari.

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